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La città e la sua memoria: l'Archivio Storico del Comune.

Roberto Spocci

 

L'interesse per le fonti archivistiche locali si è venuto diffondendo, e non solo fra gli storici, a partire dagli anni settanta, in quanto queste sono degli osservatori privilegiati per una riscoperta delle "radici" oltre che dei preziosi beni culturali per studi di storia sociale.

Questo contributo non ha pretese di presentarsi in maniera esaustiva all'approccio della fonte documentaria costituita dall'archivio storico comunale, ma piuttosto vuole avviare un momento di riflessione, lo si potrebbe definire di politica archivistica, inteso come conoscenza delle fonti d'archivio recuperate ed offerte alla consultazione.

Il primo problema, comune e centrale a tutti gli archivi è costituito dall'accesso; ai sensi della normativa vigente, scaduto il quarantennio dall'esaurimento degli affari, la quasi totalità della documentazione archivistica prodotta dal Comune dovrebbe essere posta a disposizione dei ricercatori senza alcun limite, fatti salvi quelli imposti dalla legge inerenti alla situazioni puramente private di persone, giacchè difficilmente nelle carte comunali potranno trovarsi affari rilevanti ai fini della politica interna od estera dell'Italia.

L'accesso ai documenti ovvero la libera consultabilità dei medesimi è un principio affermatosi nel corso del XIX secolo, ma che presenta precedenti negli statuti di alcuni comuni medievali nei quali era previsto in maniera esplicita il diritto del cittadino di consultare i documenti del Comune; in particolare il Constitutio del Comune di Siena (volgarizzato nel 1309-1310) stabiliva: "stabiliamo et ordiniamo che ciascuno possa usare, et usare a lui sia licito, tutti li atti et scritture et carte de li libri del Commune et del Popolo di Siena, et l'altre scritture de' notari, mercatanti e cambiatori, et di coloro, e' quali officiali del Comune et del Popolo fussero essuti, a sua defensione, qualunque ora essi vorranno usare per mostrare la loro ragione. Et la Podestà et lo Camerlengo  sieno tenuti et debiano a coloro e' quali esse cose adimandaranno, fare mostrare, et dare a la loro volontà"; analogo provvedimento veniva preso, ai primi del trecento, dal Comune di Bologna che disponeva una selezione delle scritture da conservare e che queste fossero riposte con ordine "a servigio di chiunque per tempi alcuni volesse vedere cosa alcuna".

Successivamente si affermò il principio dell'Archivio Segreto - l'archivio del Principe, non più l'archivio della comunità -, ma saranno i principi della Rivoluzione Francese che, con il decreto del 25 giugno 1794,  sanciranno l'obbligo che gli archivi venissero liberamente aperti a tutti i cittadini affinchè potessero trovare la documentazione dei loro diritti. Come conseguenza indiretta di tale provvedimento gli archivi risultarono aperti anche agli studiosi stabilendo un principio che si diffuse in ogni nazione.

Gli archivi che giungono a noi rappresentano solamente una stratificazione delle carte operata dagli uomini in quanto non tutti i documenti prodotti dal Comune vengono conservati, una parte di essi - ritenuti inutili ai fini della ricerca storica e di nessuna utilità amministrativa - possono essere eliminati. Le carte possono "perdersi" per incuria degli uomini od in conseguenza di eventi bellici o calamitosi.

L'ultima guerra non ha inflitto, nel parmense, consistenti distruzioni di archivi, come invece è successo in molti dei comuni emiliani che furono teatro di aspri combattimenti; al contrario nei comuni della nostra provincia molti "buchi" risultano prodotti dagli scarti indiscriminati operati nelle serie documentarie otto-novecentesche durante gli anni cinquanta.

Gli archivi comunali dovrebbero essere strutturati in maniera uniforme secondo un titolario in 15 categorie in vigore dal 1897, ma se ciò vale per i comuni piccoli e medi nei grossi comuni non sempre le regole sono state rispettate.

L'archivio comunale di Parma, come d'altro canto gli archivi di molti capoluoghi di provincia, ha prodotto una diversa organizzazione delle carte proseguendo ed adeguando nel corso del tempo una organizzazione derivata dal titolario napoleonico e scegliendo di depositare, nel 1937, presso il locale archivio di Stato la parte preunitaria (1194-1860). (inserire Archivio Storico preunitario)

Ogni archivio pubblico nasce con il compito di documentare l'attività ed i diritti dell'ente, le carte prodotte nella quotidiana attività entrano a far parte dell'archivio corrente per passare, alla fine dell'anno, in quello di deposito - per un quarantennio dalla conclusione dell'affare - fintanto che perdura la loro attualità amministrativa e solo successivamente verranno versati nella parte storica; ne consegue che il buon ordinamento di un archivio inizia sempre nella corretta impostazione che l'ente avrà dato all'archivio corrente ed a quello di deposito. All'invecchiamento delle carte consegue un affievolimento dell'interesse amministrativo che esse presentano, mentre aumenta il loro interesse storico.

L'archivio costituisce la memoria storica del comune e rappresenta l'unico mezzo per documentare i fatti del passato la cui conoscenza può essere indispensabile per studiare i presupposti onde avviare una azione futura.

Realizzare l'obiettivo di metterlo a disposizione per la ricerca storica, cioè garantirne la conservazione, la custodia e la consultazione, rappresenta un indubbio salto di qualità per l'amministrazione.

Inoltre la scelta di concentrare gli archivi storici in un'unica sede, come quella rappresentata dall’Ospedale Vecchio, non può che essere di stimolo per i ricercatori, limitati dai continui pellegrinaggi da una fonte di conservazione all'altra ed essere foriera di benefici sviluppi per la collaborazione fra le diverse istituzioni culturali.


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