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backmore info IL 140° ANNIVERSARIO DELL'UNITA' D'ITALIA

Il centoquarantesimo anniversario dell’Unità d’Italia.

Patria e Risorgimento.
Roberto Spocci

 

Sono trascorsi 140 anni dall’unità d’Italia. Una celebrazione dimenticata dai più, tesi ad una tenzone elettorale che dalla Patria e dal Risorgimento, mistificando i valori che queste parole possono evocare, vogliono trarre una legittimazione a riscrivere la storia e le regole della convivenza sociale in Italia.

Nei tentativi di “disinteressata revisione” si sono inseriti, durante il Meeting di Rimini i “giovani e non più giovani” di Comunione e Liberazione. In occasione della presentazione della mostra “Il Risorgimento Italiano sono intervenuti Francesco Maria Agnoli, Franco Cardini, Rino Cammilleri e Mons. Luigi Negri.. Un tempo da riscrivere, secondo un’offensiva da cattolici vandeani, quella di questi intellettuali che hanno elogiato la resistenza dei briganti contro le truppe italiane. In particolare Cammilleri, autore di un “Elogio del Sillabo”, ha ripetuto nel corso del suo intervento la modernità del Sillabo ”come documento profetico … la messa in guardia per le pecorelle cristiane contro tutti gli ideologismi nascenti, dal socialismo al liberalismo, al comunismo”. Tesi questa ripresa da Mons. Negri che ha concluso ringraziando il Papa per aver beatificato Pio IX, quello del “Sillabo”, come “il profeta della fine della modernità, colui che tiene la posizione del realismo contro le ideologie”; per chi l’avesse dimenticato il Sillabo (1864) è una raccolta di 80 proposizioni in cui sono condannate come autentiche pestilenze del mondo moderno il razionalismo, il socialismo, il liberalismo ed il pensiero massonico, in altre parole quelle dottrine limitative del potere ecclesiastico e che contribuirono, seppure in forma diversa, a concorrere all'unità d’Italia. Vogliamo citare anche Mauro Ronco che in “Cristianità” n.285-286 del 1999 asserisce che “il ritorno all’amor di patria, dopo una così lunga eclisse, costituisce la miglior medicina contro ogni forma di laicismo ingiustificato e contro ogni forma di vuoto legalismo, che vogliono vanamente fondare la convivenza civile sul rifiuto di Dio o sull’indifferenza religiosa, pretendendo nel frattempo dal cittadino una moralità pubblica che è impossibile mantenere senza la grazia che viene dall’alto e l’alimento concreto che fluisce dalle radici di una tradizione storica ricevuta e vissuta con gratitudine verso gli antenati che hanno contribuito a formarla”.

Questi tentativi destabilizzanti del revisionismo storico che tendono a presentare Pio IX, il cardinale Ruffo ed i briganti del sud come modelli positivi, mentre liberali e democratici che combatterono per l’unità e la patria diventano modelli negativi, sono il risultato di un integralismo cattolico sempre più arrogante che alleatosi con i movimenti separatisti sta assaltando l’identità, la storia e le istituzioni del paese. Non dobbiamo dimenticarci degli applausi ricevuti da Berlusconi a Rimini!

Siamo convinti che questa convergenza che accomuna opposte ideologie dall’integralismo cattolico a partiti che fanno della disgregazione nazionale, della xenofobia, del culto della razza la loro bandiera ci sia ben chiaro il disegno di distruggere lo stato e l’unità nazionale.

Ecco cosa si cela dietro alla mancata celebrazione dell’Unità d’Italia. Noi che siamo liberi e libertari, che abbiamo storie alle spalle che non ci videro mai adagiati in posizioni di comodo potere - ma piuttosto critici e di una critica più consona a movimenti politici quali “Giustizia e Libertà” o comunque affini a posizioni espresse dall'azionismo che non verso una visione ortodossa della politica - pensiamo che il Risorgimento, non solo quello delle guerre d’indipendenza, ma quel lungo Risorgimento che lavorò alla costruzione di un’identità nazionale che non significasse solo un'appartenenza burocratica-amministrativa ad uno stato, ma che attraverso l’osmosi fra diverse forme associative di carattere laico e solidaristico portò alla democratizzazione della società italiana. Mi riferisco a tutte quelle forme di carattere associativo di natura filantropica, mutualistica, politica che si concretarono nelle scuole popolari, nelle biblioteche circolanti, nelle università popolari, nelle cooperative di consumo, nelle banche del popolo, nella società per la pace, per la cremazione od in favore di grandi temi di rilevanza civile come il suffragio universale o l’abolizione della pena di morte. Un impegno d'educazione e formazione che favorirà il trapasso alla politicizzazione di massa.

Una rilettura seria del Risorgimento, non agiografica né vandeana, è il nodo centrale dell'identità e unità nazionale; purtroppo in Italia abbiamo una brutta tradizione di una storia "ancella" della politica, di continui esercizi di riscrittura ad "usum delphini" senza mai arrivare ad una storia fondata sulle fonti ed inserita criticamente nel suo contesto, e quindi, una storia condivisa. I borbottii clericali ed i "venti" padani non sono altro che scomuniche di taglio ideologico che non tengono conto dei documenti e, quando li utilizzano, li rendono avulsi dai vincoli del contesto storico. E' lo stesso spirito che anima e perseguisce l'infimo livello in cui versa la lotta politica in Italia "ridotta all'insulto, alla denigrazione delle istituzioni, fino allo sconvolgimento sconsiderato dell'ordinamento costituzionale" com'ebbe a definirla Alessandro Galante Garrone in un'intervista del 1995.

Lo stato unitario nato nel 1861 con il concorso di quelle forze animate da Mazzini e Garibaldi era uno stato monarchico e costituzionale che riavvicinava l'Italia all'Europa e ci vuole una bella faccia tosta a sostenere che i briganti erano paladini della libertà e della lotta contro lo statalismo e non invece l'endemico prodotto dell'arretratezza economica e civile dello stato borbonico e della terra dei papi dimenticandosi che il Risorgimento fu una guerra in cui il primo nemico era l'Austria e non una guerra di religione, dimenticando l'apporto del cattolicesimo liberale - almeno fino al 1848 -alla liberazione e riunificazione d'Italia.

Altri paladini del revisionismo storico come Galli della Loggia indicano nell’8 settembre la data senza ritorno, della “morte della patria”.

La patria è il luogo in cui siamo nati, dove viviamo, dove ci siamo formati. La sinistra ha lasciato gestire dapprima al fascismo il senso della patria, lo stesso Rosselli in "Socialismo liberale" sottolineava come gli antifascisti dovessero porre il patriottismo al centro del loro programma politico, e con avveduta ragione che Vittorio Foa ed Alessandro Galante Garrone sostengono che "il termine patria ci è stato sequestrato dal fascismo che per quasi cinquant'anni ci ha impedito di usarlo".

Ed é la fedeltà ai valori della patria e del Risorgimento che ridiede compattezza agli italiani che scelsero di combattere l'occupante nazi-fascista, come durante il Risorgimento anche nella Resistenza gli italiani scelsero in base alla consapevolezza che non si trattava più di un conflitto fra stati, ma fra principi e valori. Bene ha fatto il Presidente Ciampi a ricollocare l'episodio di Cefalonia fra gli atti fondanti della Resistenza e quindi della Repubblica. La procedura scelta dal generale Gandin di far decidere gli uomini al suo comando con una procedura di votazione, inconsueta in una formazione militare, di scegliere da che parte schierarsi è estremamente moderna, è la consapevolezza della causa per cui ci si batte, ha radici nelle armate della rivoluzione francese; sono i cittadini che finalmente riemergono nella scelta di vivere liberi o morire.

Una decisione consapevole del proprio destino - l'ha definita Ciampi - un riaffermare, con tale scelta i grandi temi della nazione, della libertà e dell'Europa che erano stati i cardini della tradizione risorgimentale.

E la fiducia nel futuro nasce, non dimentichiamolo mai, dalla conoscenza del passato, dalla memoria condivisa di un popolo; ci si potrebbe rifare a Dante e Petrarca per arrivare alle libere repubbliche, collegarci con i valori di libertà del Risorgimento per arrivare alla Costituzione del 1947 in cui il paese ritrova i punti fermi della sua cultura civile: l'antifascismo, l'azionismo, il Risorgimento.

Azionismo inteso come crocevia teorico fra antifascismo e Risorgimento, strumento per coniugare l'etica con la politica: E, d'altro canto, il Risorgimento viene riconosciuto come questione cruciale da Gramsci, Gobetti e Ginzburg in quanto chiave di quell'antifascismo esistenziale che si fonda sui binomi giustizia/uguaglianza e libertà/cittadinanza, valori essenziali per una moderna democrazia.

Valori che dobbiamo ribadire con forza quando constiamo una crescita della disuguaglianza su scala planetaria, quando il mercato ha sostituito il lavoro. Il lavoro come valore, fin dal primo suo articolo la costituzione repubblicana afferma il suo fondamento sul lavoro, non sulla proprietà privata, non sui lavoratori, ma sul quel patto sociale che implica il rispetto dell'altro ed il pieno sviluppo della società umana.

L'attacco al Risorgimento significa voler riscrivere la storia, distruggere le radici della memoria nel tentativo di scardinare il compromesso sociale sul quale nasce la Repubblica ed avviarsi a cancellare tutte le conquiste sociali del Novecento.

Ed è con lo stesso spirito dei patrioti del Risorgimento che Don Bobbio, parroco di Valletti e della divisione partigiana Coduri, affrontò il plotone d'esecuzione al poligono di tiro di Chiavari e di cui questa poesia di Giovanni Serbandini "Bini" costituituisce l'epigrafe della motivazione alla medaglia d'oro conferitagli nel decennale della Liberazione

 

Quando gli chiesero

al poligono di tiro

se voleva pregare prima di morire

ai nazifascisti rispose

"Io sono già a posto con la mia coscienza

ma pregherò per voi"

e cadde con le mani in croce

Don Bobbio

parroco di Valletti e della Coduri

a testimoniare

con serena fermezza

cristiana e partigiana

il valore di un'intesa

salvatrice della patria e dell'umanità.


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