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Fernando Santi: un uomo, un‘idea
Roberto Spocci

 

Fernando Santi nasce il 13 novembre 1902 a Golese, muore a Parma il 15 settembre 1969.

Inizia a militare nelle file socialiste iscrivendosi alla sezione degli adulti nel 1917, ma dopo qualche mese si fa promotore della costituzione del Circolo Giovanile Socialista del Cornocchio. Lavora alla Federazione delle Cooperative, allora in via Cairoli occupandosi di un po’ di tutto giacché “partito, cooperazione e sindacato erano un pasticcio solo”. Inizia a collaborare al quindicinale di Giovanni Faraboli Per la vita. L’Idea (1916-1918); quindicenne, nel 1917, partecipò al Congresso dei Cooperatori di Reggio Emilia ove incontrò Camillo Prampolini. Nel 1920 è nominato vice segretario della C.d.L. e dirigente della Federazione provinciale giovanile. Nello stesso anno in un comizio a Castellina di Soragna svolge una forte propaganda antimilitarista che gli varrà una condanna a due mesi di detenzione ed a 200 lire di multa[1].Al Congresso della Federazione Nazionale Giovanile di Firenze, del 1921, Santi cerca, vanamente, di parlare in nome della minoranza, ma dopo aver pagato la quota d’adesione si trova fuori in meno di un paio d’ore. Nello stesso giorno si fa promotore della riunione per la ricostituzione della Federazione Giovanile Socialista ed è nominato segretario nazionale, in questa veste viene ad interessarsi delle varie sezioni locali uscendo dall’ambito cittadino e ricorderà quest’esperienza in un articolo del 1957: “Giravo l’Italia, tra una battuta e l’altra dei fascisti. Conobbi allora molti compagni, tra i quali Sandro Pertini che curava, benché già adulto, il circolo di Savona”. Nel maggio 1921, allorché furono noti i risultati elettorali, Santi ebbe l’incarico di andare a prendere Guido Picelli, che allora si trovava in carcere, ed accompagnarlo nell’Oltretorrente. Nell’estate del 1922 Santi parteciperà agli Arditi del Popolo, di cui stenderà un resoconto sull’Avanti![2], considerando la resistenza parmense un episodio legalitario. Poco dopo si sarebbe svolto il congresso del partito Socialista da cui, con una nuova scissione, ne sarebbero uscisti i riformisti di Matteotti per dar vita al Partito Socialista Unitario dei Lavoratori Italiani, ma Santi non potrà parteciparvi perché chiamato a prestare il servizio militare, sospenderà l’attività politica. Rientrato a Parma collaborerà, nel 1924, come cronista di nera al quotidiano di Tullio Masotti, Il Piccolo di Parma. Fatto segno di numerosi arresti ed aggressioni, fu ferito due volte,[3] finché il 1° novembre del 1924 cadde in un’imboscata ove fu preso a revolverate e si salvò per miracolo. A seguito di quest’ultimo attentato si trasferisce a Torino ove assumerà per un breve periodo la carica di Segretario della C.d.L. per passare, nel corso dello stesso anno, a dirigere la sezione milanese del PSU. Quel periodo sarà ricordato da Santi in Primi tempi a Milano.

Terminato, forzatamente, l’impegno politico, per mantenersi diventa rappresentante di una ditta di profumi francesi, la Niki Kini. Approfittando della nuova veste di viaggiatore di commercio per tessere rapporti clandestini fra i compagni. Sarà lo stesso Santi che troverà lavoro a Guido Picelli come rappresentante della libreria antiquaria di Walter Toscanini, il figlio d’Arturo. Sarà arrestato il 5 aprile 1943, durante un incontro clandestino sulla riorganizzazione delle forze socialiste[4], e immediatamente tradotto nelle carceri di San Vittore. Liberato dopo il 25 luglio, nell’autunno, riparerà in Svizzera ove assumerà l’incarico di Segretario del Comitato svizzero di soccorso operaio per i rifugiati[5]. Nell’agosto del 1944 rientra in Italia per assumere l’incarico di commissario politico del battaglione partigiano “Matteotti” in Val d’Ossola; in Val d’Ossola Santi lavorò in stretto contatto con Mario Bonfantini alla riorganizzazione del Partito Socialista e del movimento sindacale ossolano favorendo la costituzione delle commissioni interne nei luoghi di lavoro. Riparato nuovamente in Svizzera per sfuggire al rastrellamento tedesco rientrerà nuovamente a Milano per ricostruire clandestinamente il partito socialista e per partecipare all’insurrezione del 25 aprile. All’indomani della liberazione, assieme a Guido Mazzali e Renato Carli Ballola, pubblica il primo numero dell’Avanti!

Diventa Segretario della Camera del lavoro di Milano e nel maggio-giugno 1945 firma, con l’Associazione provinciale degli industriali, un accordo incentrato su due punti fondamentali: la proibizione temporanea dei licenziamenti e l’aumento dei salari ed il loro adeguamento alla variazione del costo della vita.

Dopo qualche mese Santi lasciava Milano per Roma assumendo la direzione dei rappresentanti di commercio.

Al 1° congresso nazionale unitario della CGIL (Firenze, 1947) Santi sarà eletto Segretario Nazionale per la corrente socialista, incarico cui sarà riconfermato nei congressi di Genova (l949) e di Napoli (1952). Riconosciuto è il suo impegno, assieme a Di Vittorio, per mantenere all’interno della CGIL la corrente democratico-cristiana che con Pastore darà luogo alla nascita della CISL.

“La scissione sindacale – così si esprimerà Santi nel saggio “I Sindacati in Italia” – fu il prodotto della divisione del mondo in due blocchi, della guerra fredda, della necessità del Dipartimento di Stato di neutralizzare le forze operaie che potevano opporre valida resistenza al dominio politico ed economico americano del mondo”.

Dopo la rottura dell’unità sindacale, già sancita dal Patto di Roma, e le scissioni del 1948 e 1949 Santi inizierà a lavorare senza tregua per ritessere un impegno unitario riconoscendo che le colpe non stavano da una parte sola e che l’unità sindacale non si rimpiange, ma si conquista nella concretezza del lavoro quotidiano e nella coscienza comune dei lavoratori.

Nel 1948 è eletto deputato nella circoscrizione di Parma Modena Piacenza e Reggio Emilia. Nello stesso anno, al congresso socialista di Genova assieme ad Alberto Jacometti, Vittorio Foa e Riccardo Lombardi si batte per una linea di stretta collaborazione coi comunisti sul piano sociale e sindacale, di totale indipendenza sul piano politico e d’equidistanza o di non allineamento fra America e Russia. Nel 1952 è delegato al Consiglio Economico e Sociale dell’ONU a New York, dall’esperienza americana trarrà le corrispondenze per l’Avanti!, pubblicate come America 1952, taccuino di un viaggio in U.S.A. Alle elezioni politiche del 1953, 1958 e 1963, è riconfermato deputato nella circoscrizione di Parma Modena Piacenza e Reggio Emilia.

L’impegno sindacale lo vedrà protagonista e precursore di molte delle tematiche sindacali degli anni successivi; intervenendo al congresso della CGIL del 1956 Santi rileverà come “i lavoratori non devono subire passivamente l’istituzione di nuove tecniche e di nuove forme dì organizzazione del lavoro, ma debbono compiere uno sforzo tenace ed instancabile perché tali tecniche e tali forme d’organizzazione del lavoro non si rivolgano contro di loro... Ora la condizione di massima libertà per il datore di lavoro è realizzata quando il lavoratore è privato dei suoi organi naturali e tradizionali d’autotutela e di rappresentanza sindacale: la Commissione Interna e il Sindacato”. Anche sul diritto di sciopero sancito dalla Costituzione, ma sempre ostacolato dalle forze padronali Santi intervenne con profonda maturità e consapevolezza politica: “Lo sciopero – disse – è un‘arma alla quale non possiamo rinunciare; noi non accettiamo limitazioni di sorta, però siamo consapevoli che l’esercizio del nostro diritto trova dei giusti punti di limitazione negli interessi generali della collettività. Lo sciopero è un’arma che non deve essere usata con facilità perché altrimenti minaccia di rompersi nelle nostre stesse mani … Direi che allo sciopero si deve accedere quando siano esaurite tutte le possibilità di una pacifica risoluzione …”[6]

Il contributo di Fernando Santi si è esercitato in particolare per la formulazione di una politica di riforme. Il suo impegno pone le basi di un sindacalismo moderno con la ripresa dell’unità sindacale – unità fondata “sull’effettiva autonomia del sindacato dai governi e dai partiti” – come sostiene al Consiglio nazionale della CGIL del 14-16 marzo 1962 - e l’attuazione di un programma di sviluppo economico che sia improntato a riforme di struttura e alla programmazione. In tal senso interviene al IV congresso della CGIL, dopo che la rigidità della contrattazione nazionale aveva portato a due pesanti sconfitte con la vertenza del conglobamento (1954) e le elezioni alla FIAT (1955).

Santi è un dirigente “complessivo”, impegnato sia nell’elaborazione teorica della strategia sindacale che nell’azione quotidiana intervenendo a più riprese per porre all’attenzione del movimento problemi di carattere sociale quali: le condizioni degli emigranti (a lui è tuttora intitolata una fondazione che si occupa dell’emigrazione), la parità giuridica uomo-donna, il pericolo della corsa agli armamenti, il ruolo dell’unità sindacale mondiale, il ruolo dello Stato nello svolgimento dell’azione sociale, la cooperazione economica e politica a livello europeo, la disoccupazione giovanile, l’attuazione della Costituzione in ogni sua parte.

All’interno della CGIL opera con determinazione affinché si affermi un’idea di sindacato unitario “fatto di uomini, di uomini come noi, e con opinioni politiche diverse o senza opinioni, l’animo aperto a suggestioni mutevoli, con timori e speranze. Uomini che talvolta marciano con passo diseguale, ma che comunque vogliono andare avanti. Che ogni giorno acquistano coscienza della loro condizione e della necessità di mutarla”; democratico, improntato “al rispetto, aperto, leale di tutte le opinioni politiche, di ogni credo religioso, direzione collegiale degli organismi sindacali per consentire il necessario contributo delle esperienze di ognuno e di tutti, libere e democratiche elezioni dei dirigenti, rispetto dei diritti delle minoranze che devono essere rappresentate…”

Santi si dichiarerà da sempre riformista: nel suo pensiero le riforme di struttura sono strumenti per riformare il sistema, il suo “gradualismo” altro non è che la costruzione di tanti tasselli che possono e devono portare alla costruzione di una società socialista. Santi ribadirà, commemorando Nullo Baldini, come il riformismo padano lavorò non solo per raccogliere i nuclei sparsi del proletariato agricolo, ma seppe realizzare un’organizzazione classista tesa a perseguire fini di trasformazione strutturale della società attraverso un “confessato, sano, gradualismo”. Gradualismo inteso come processo irreversibile di trasferimento di quote sempre maggiori di potere dal mondo imprenditoriale alla collettività.

Quando si dimetterà, al Congresso di Bologna del 1965, dalla Segreteria della CGIL pronuncerà un discorso rimasto memorabile nel metodo e nei contenuti: “Cerco di richiamarmi all’insegnamento di quegli uomini del riformismo emiliano e italiano, uomini umani, civili, onesti di fede, ma badate bene, uomini tutt’altro che accomodanti, duri nelle lotte, intransigenti nei principi … credo nella trasformazione graduale, democratica della società attuale in una società più libera e più giusta … Solo chi ha fame apprezza il sapore del pane, solo chi ha sete di giustizia sa dare alla giustizia il suo vero volto: giusto ed umano”.

Sandro Pertini lo ricordò, commemorandolo alla Camera dei Deputati, come “un uomo che con fermezza seppe battersi, che ha sempre pagato di persona, che il partito ha servito senza mai servirsene e che non considerava la politica quale occasione per ottenere poltrone o prebende, ma quale missione nell’interesse della classe lavoratrice e del paese”.

 

[Per prendere visione degli scritti e discorsi tenuti da Fernando Santi raccolti da Roberto Spocci, si rimanda temporaneamente al vecchio sito dell'Archivio Storico Comunale seguendo il percorso: "l'archivio digitale", "Fernando Santi 30 anni dopo"]



[1]ASPr, Atti del Tribunale di Parma, sentenze penali, a. 1921, vol. 1471, sentenza n. 337.

[2] Cfr. la testimonianza di Massimo Masetti nell’Avanti del 3 agosto 1972 con cui ricorda la corrispondenza, apparsa anonima, sugli avvenimenti parmensi: nelle edizioni del 9 e 13 agosto 1922.

[3] Santi venne aggredito, all’uscita di una manifestazione del partito Socialista Unitario che si tenne nei locali dell’Università Popolare, con un colpo di bastone  causandogli una ferito che lo costrinse a ricorrere alla  medicazione in ospedale. Gli incidenti di domenica dopo una riunione di socialisti unitari. Il ferimento di Fernando Santi in “Il Piccolo”, 23 settembre 1924.

[4] Alla riunione erano presenti, oltre a Santi, Ivan Matteo Lombardo, Lami Starnuti (di Milano); Curenei e Odicini (di Genova); Chiaramelli e Carmagnola (di Torino). All’arresto riuscirono a sottrarsi, perché arrivati in ritardo, Romita, Oreste Lizzadri e Roberto Veratti.

[5] L’organismo di soccorso ai rifugiati era presieduto dall’on. Canevascini, consigliere di Stato di Bellinzona.

[6] In Per l’unità della CGIL. Per una organizzazione libera, democratica, indipendente.


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