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A proposito della pena di morte

 Roberto Spocci

 

 Giovanni Provinciali

Andavi lentamente.

E l’acqua ti entrò nella scarpa

ignara

della pioggia caduta per tutta la notte.

Fu quasi un freddo risveglio.

Il vento

d’autunno s’infilava

quietamente sotto la grande casacca.

E fosti sorpreso di pensare

all’aria calda che sapeva

di chiuso e d’incenso della Cappella

dove un povero prete di Cristo

in te aveva, piangendo,

abbracciato il fratello.

Ti chiamavi

Giovanni Provinciali.

Un nome nostrano

che sapeva di sagra di paese.

E non sapevi

salendo al patibolo

in quel 22 Settembre

dell’ottocentocinquantotto

di passare in tal modo

alla storia.

Fosti l’ultimo giustiziato del Ducato di Parma.

 

Con questa poesia di Luigi Menozzi[1]  vogliamo iniziare queste brevi note sulla pena di morte.

Giovanni Provinciali, soprannominato “il Tosco”, era nativo di Neviano de’ Rossi, ma domiciliato a Berceto, esercitava la professione di mugnaio e fu giustiziato alle 11 e trenta di mercoledì 22 settembre 1858 da Giuseppe Pantoni[2], esecutore di giustizia. Il Pantoni, nativo di Reggio, all’epoca, aveva 74 anni ed era il fratello maggiore di Pietro, boia a Torino[3]; entrambi erano figli d’arte   essendo stato il padre, Antonio, per numerosi anni boia nello Stato Pontificio. Un boia, nella seconda metà dell’Ottocento guadagnava fino a 2000 lire l’anno, uno stipendio che era quasi il doppio di quello di un professore d’università.

Le procedure relative alle esecuzioni capitali erano eseguite secondo il modo prescritto dalle antiche leggi penali[4]; all’esecuzione assisteva un Cancelliere, od un suo commesso, che ne stendeva il processo verbale[5]. Anche l’assistenza ai condannati a morte, prestata dall’Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato, era rigidamente regolamentata e le disposizioni stampate dal Carmignani riempivano ben 46 pagine[6].

Il condannato era condotto all’esecuzione su un carro scoperto affinché il pubblico lo potesse vedere. Giunto sul luogo dell’esecuzione, il condannato veniva fatto salire su una delle due scale della forca e, dopo avergli sistemato il cappio al collo, il boia gli toglieva la scala sotto i piedi facendolo precipitare nel vuoto. Quindi l’esecutore di giustizia saliva sulle spalle del condannato mentre l’assistente o “tirapiedi” del boia tirava il condannato verso il basso per affrettarne la morte. L’operazione, comprensiva del tragitto per giungere sul luogo dell’esecuzione, non richiedeva che una trentina di minuti.

La condanna capitale risulta normata nella maggior parte degli ordinamenti giuridici fino alla fine del Settecento, quando con il pensiero illuminista inizia ad affermarsi la possibilità di un’alternativa alla pena di morte. In particolare con la pubblicazione nel 1764, dell’opera di Cesare Beccarla Dei delitti e delle pene, si avvia un processo di ripensamento sull’inefficacia della condanna capitale come mezzo di prevenzione del crimine che influenzerà i movimenti di riforma del diritto penale.

In Italia uno dei primi ad abolire la pena di morte sarà Pietro Leopoldo I di Toscana che nel 1786 abolirà l’uso della tortura e della pena capitale nel Granducato di Toscana; abolizione che durerà solamente quattro anni essendo reintrodotta nel 1790 contro “i ribelli” ed i “sollevatori” ed in seguito per altri reati. Comminata per numerosi reati nel corso dell’Ottocento verrà eseguita, dallo Stato italiano, per l’ultima volta il 13 aprile 1864, fintanto che nel 1889 Zanardelli, con la promulgazione del nuovo codice penale, abolirà la pena di morte, che rimaneva però in vigore per alcuni reati previsti dai codici penali militari.

La pena di morte venne reintrodotta da Mussolini nel 1926 con la legge 2008, recante provvedimenti per la difesa dello Stato, limitatamente ai delitti politici[7]. La pena di morte poi fu introdotta nel Codice Penale (Codice Rocco), entrato in vigore il 1° luglio 1931, sia per i delitti politici che per quelli comuni di eccezionale gravità[8]. La pena veniva comminata con il sistema della fucilazione da attuarsi a mezzo di plotoni delle forze armate o di agenti appartenenti a corpi ad esso assimilati, a norma dell’art. 210 del Regolamento per gli istituti di prevenzione e difesa.

Caduto il fascismo, una delle decisioni del 1° Governo Bonomi[9], con il Decreto Legislativo Luogotenenziale 10 agosto 1944 n. 224, fu l’abolizione della pena di morte che però venne mantenuta per i reati fascisti e di collaborazione con i nazi-fascisti in base al decreto n. 159 del 27 luglio 1944.

Dopo la fine della guerra il decreto luogotenenziale del 10 maggio 1945, n 234 riammise la pena di morte come misura temporanea per reati quali “partecipazione a banda armata”, “rapina con uso di violenza” ed “estorsione”. Fra il 26 aprile 1945 ed il 5 marzo 1947 vennero giustiziate 88 persone per avere collaborato con i tedeschi durante la seconda guerra mondiale; le ultime tre fucilazioni avvennero il 5 marzo 1947.

Infine, con la promulgazione della Costituzione la pena capitale fu bandita per i reati comuni e per i reati militari commessi in tempo di pace. L’art. 27 della Carta Costituzionale recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”[10].

L’abolizione della pena di morte dal codice penale militare fu approvata dal Parlamento il 5 ottobre 1994 con la legge 13 ottobre 1994, n. 589; con tale provvedimento legislativo l’Italia è diventata un paese totalmente abolizionista ed ha svolto sul piano internazionale un ruolo di primo piano sul problema della pena di morte.

 

                                                              


[1] La poesia  è pubblicata in Il rollio del battello, edito dalla casa editrice Battei di Parma nel 1996 nella collana Poesia 3 Battei diretta da Giuseppe Marchetti. Ringraziamo l’autore e l’editore per averci concesso l’autorizzazione a riprodurla.

[2] ASCPr. Censimento della Popolazione del Comune di Parma, 1857-1865, sest. Vi, parte D, vol. 30,. scheda ad vocem: Giuseppe Pantoni risulta, nel 1857abitare in Carrare San Giuseppe 1 in una casa di due piani di sua proprietà. All’epoca della compilazione della scheda ha 73 anni , è di condizione proprietario ed esecutore di giustizia, con un reddito di 2000 lire annue, coniugato con Paglia Luigia fu Domenico nativa di Felino, d’anni 65 sua moglie; ha due figli Pietro successivamente coniugatosi con Benassi Clorinda si trasferirà a Fontevivo il 2 settembre 1865. d’anni 36 e Napoleone (Pr 24 agosto 1823) d’anni 28 entrambi rivenditori di vino..Nel censimento generale del Regno d’Italia (in ASCPR. Censimento 1861, quartiere XI,  parte 2, vol. 14. la scheda riporta che ha 79 anni, è pensionato, sa leggere e scrivere, mentre la settantaduenne moglie risulta analfabeta. All’epoca i figli, celibi,vivono ancora in famiglia.

[3] Un ritratto del boia di Torino è fornito dall’avv. Giacomo Borgonovo in una rara intervista apparsa nel 1865 e ripresa da Guido  Costa in E qualcuno abiterà la casa del boia apparsa nell’edizione torinese de “La Repubblica” del 28 marzo 1990, p. XII.. Pietro Pantoni era diventato esecutore di giustizia nel maggio 1831 dopo aver tentato invano di sfuggire alla sua sorte di boia rifugiandosi per qualche tempo a Parigi.

[4] Il riferimento è contenuto nella legge 23 settembre 1816 in vigore nel Ducato di Parma.

[5] Disposizione del 6 ottobre 1816., le disposizioni prese intorno alle esecuzioni capitali venivano ribadite con la legge del 20 febbraio 1818.

[6] Regolamento da osservarsi dalla Veneranda Arciconfraternita del Ss. Nome di Gesù eretta nella chiesa di S.Giovanni Battista Decollato in Parma allorquando è invitata ad assistere i condannati a morte sia nel confortatorio sia nell’accompagnamento al patibolo e sia finalmente nell’associatura e nella tumulazione dei loro cadaveri. Parma, Carmignani, 1838.

[7] Il Guardasigilli Rocco, presentando al Senato il disegno di legge sui “Provvedimenti per la Difesa dello Stato” nella seduta del 17 dicembre 1925, si espresse come la “ragione giustificatrice della pena di morte si deve rinvenire soprattutto nella necessità di difesa sociale per ottenere la quale la pena estrema anche se può sembrare crudele dal punto di vista individuale, non è da respingersi, giacchè in questa materi ciò che deve sempre prevalere su tutto è l’interesse sociale … e che quando si tratta di soddisfare le esigenze imposte dalla necessità di difesa sociale deve prevalere la funzione intimidatrice e satisfattoria della pena ...”

[8] La pena di morte era contemplata per i reati di cui agli artt. 72, 241, 243, 247, 253, 255, 257, 258, 261, 262, 263, 276, 280, 284, 285, 286, 287, 295, 298, 422, 438, 439, 576.

[9] Nel 1° Governo Bonomi (18giugno 1944-10 dicembre 1944) Ministro di Grazia e Giustizia era Umberto Tupini

[10] In sede di approvazione del testo l’on. Tupini sostenne che “effettivamente la società non deve rinunciare ad ogni sforzo, ad ogni mezzo affinché colui che è caduto nelle maglie della giustizia, che deve essere giudicato, che deve essere anche condannato, dopo la condanna possa offrire delle possibilità di rieducazione.”


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