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 Gobetti
Roberto Spocci

 

Piero Gobetti, nato a Torino nel 1901 e morto a Parigi il 15 febbraio 1926, pur nella breve esistenza di venticinque anni, riesce a connotare la cultura italiana del Novecento. Fonda tre riviste: Energie Nove, - a diciotto anni sulla scia dell’Unità di Gaetano Salvemini, rivista che vedrà luce fra il 1918 ed il 1920 per poco più di un anno e che pubblicherà saggi di Giovanni Gentile, Benedetto Croce e Luigi Einaudi -, La Rivoluzione Liberale (settimanale dal 1922 al novembre 1925) e Il Baretti (una rivista letteraria che, dal 1924, affianca la Rivoluzione Liberale),  su cui scrivono tutta l’intelligence dell’epoca, fra cui Natalino Sapegno, Eugenio Montale, Luigi Salvatorelli e Felice Casorati. Montale che collaborò con lui lo ricorda come “eguale a noi, migliore di noi… Egli è stato l’uomo che fu cercato invano da una generazione perduta, l’uomo che ci ostiniamo a cercare nella parte più profonda di noi stessi”. Alla rivista affianca una casa editrice i cui libri usciranno con inciso il motto “Che ho a che fare io con gli schiavi?”, sarà il critico teatrale dell’Ordine Nuovo per volere dello stesso Gramsci..

Dopo l’assassinio di Matteotti e la trasformazione del governo mussoliniano in regime i sequestri della rivista – da parte della polizia - si susseguono con ritmo incalzante finche nel novembre arriva la diffida del Prefetto di Torino – sollecitato dallo stesso Mussolini che ordinò di “rendere la vita impossibile all’insulso Gobetti” – e che Gobetti deve pubblicare nel numero del 1° novembre; il periodico è accusato di tendere “alla menomazione delle istituzioni monarchiche, della Chiesa, dei poteri dello Stato, danneggiando il prestigio nazionale”. Dopo una settimana uscirà l’ultimo numero della rivista.  Nel frattempo erano stati costretti a chiudere alcune prestigiosi fogli dell’antifascismo: a maggio il milanese “Il Caffè” pubblicato da Riccardo Bauer (vi collaboravano Parri, Gallarati Scotti, Arpesani, Borsa e Sacchi), ad ottobre il fiorentino “Non mollare” di Salvemini, Ernesto Rossi e dei fratelli Rosselli.

Aggredito sotto casa da una squadra di fascisti Gobetti riparerà a Parigi ove morrà, per complicazioni cardiache, in conseguenza delle lesioni riportate e sarà sepolto al Père Lachaise.

Gobetti con i suoi scritti e, più compiutamente, con “La Rivoluzione Liberale” si proponeva la formazione di una classe politica cosciente dell’esigenza di far partecipare i ceti popolari alla vita dello Stato. L’attualità della sua lezione  sta nello sforzo di rigenerare idee e valori, dai suoi scritti emergono una tensione ed una passione spirituale che contamina i suoi collaboratori.

La proposta di Gobetti è fortemente permeata dalla sua fede nell’uomo come individuo, dalla profonda ribellione contro la conservazione, dallo spirito di libertà che impronta la sua azione ed i suoi scritti, un uomo libero che combatte contro tutti i germi del totalitarismo, che ha saputo vedere nella storia e nel costume italiani tutte le eredità negative sì da poter affermare che il fascismo costituiva l’autobiografia della nazione, cioè una miscela esplosiva di populismo, antiparlamentarismo e retrivo tradizionalismo cementata in un ceto avverso ed estraneo alle istituzioni.

Il Risorgimento, secondo il suo pensiero, risultava una rivoluzione fallita perché movimento di pochi, al quale la maggioranza di un popolo era rimasto estraneo e non divenendo parte intima della nazione. Questa mancanza d’educazione politica, di reale confronto – attraverso le proposte ed i programmi - aveva permesso l’affermazione del “trasformismo” che svilendo ogni idealità aveva trasformato la politica in qualcosa di grigio collaborativismo, di piccoli vantaggi, di transazioni, d’accordi sottobanco.

Per combattere il fascismo Gobetti sosteneva che bisognava infondere nuova vita nella storia italiana per “rifare la nostra formazione spirituale, lavorare per nuove élites e per la nuova rivoluzione”, ciò significava combattere l’Italia del conformismo, della corruzione, della transazione e del compromesso, combattere quell’Italia che aveva permesso l’ascesa di Mussolini “come corruttore prima che come tiranno, il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura”.

Gobetti coglie, nel crogiolo della Torino post bellica, i limiti del liberalismo italiano e l’irruzione sulla scena di un nuovo protagonista nel movimento operaio da inserire nel processo di rinnovamento dell’Italia, nel rinnovamento dei partiti  come organismi di massa liberati dal “partito personale” e costruito su un sistema politico maggioritario (Gobetti era un convinto proporzionalista).  Un habitat che gli fa riconoscere i valori positivi della città moderna e della fabbrica: la prima come “organismo sorto per lo sforzo autonomo di migliaia d’individui” e la seconda perché “educa al senso della dipendenza e della coordinazione sociale, ma non spegne le forze di ribellione, anzi le unisce in una volontà organica di libertà”. Valori che ancora molti intellettuali fanno fatica a riconoscere oggigiorno..

Il messaggio di Gobetti è soprattutto ai posteri per la creazione di una classe dirigente che veda la storia, secondo l’accezione crociana, come un processo continuo di libertà e nell’impegno quotidiano anteponga la legalità e l’affermazione della legalità agli interessi particolari, in altri termini una “convivenza civile fondata  sul governo delle regole e non sulle regole di chi governa”.

La libertà come elemento caratterizzante il patrimonio comune di una nazione educata ad una convivenza civile e tollerante (contro l’intolleranza oggi dilagante) e intransigente nei confronti della legalità.

Un percorso difficile da non dimenticare per facili scorciatoie come ci ricorda lo stesso Gobetti nel suo testamento politico e morale, compreso in Lettera a Parigi, scritto nell’ottobre del 1925 e indirizzato ad un amico immaginario, che testualmente recita:

“ma esiste in Italia un gruppo di uomini nei partiti e fuori dai partiti che non ha ceduto e non cederà … La loro rettilinea protesta, salva i quadri dell’Italia politica futura. Nessuno di essi diventerà ministro o grande burocrate … Tra le illusioni universali il cervello di questi uomini funziona, la folla e il successo non hanno prestigio sulla loro volontà di dirittura, sul loro animo non servile. Se tra gli antifascisti ci saranno dei disertori, se molti oppositori troveranno più comodo combattere il fascismo aderendovi, l’antifascismo che qui ti ho descritto non ne sarà minimamente sorpreso”.


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