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La sede dell'Archivio Storico
La sede dell'Archivio Storico
Archivio Storico del Comune di Parma

L'Archivio Storico del Comune di Parma conserva i documenti prodotti e ricevuti dall'amministrazione locale parmigiana dalle sue origini fino quasi ai giorni nostri; è diviso in tre sezioni: preunitaria (attualmente conservata presso l'Archivio di Stato di Parma), postunitaria e Archivio Storico Teatro Regio (che si conserva presso l'Istituzione Casa della Musica).
A questo nucleo originario si sono aggiunti i fondi archivistici di alcuni enti soppressi nonchè quelli ricevuti dal Comune in dono od in deposito.

L'Archivio Storico del Comune di Parma ha avuto sede nell'Ospedale Vecchio, in via Massimo d'Azeglio nel cuore dell'Oltretorrente sino all'anno 2010. Dal 2011 la sede dell'Archivio Storico è stata trasferita presso la "Cittadella degli Archivi", nell'area degli ex magazzini Generali del Comune di Parma, in via La Spezia 46/a. 

L'accesso alla Sala di Studio è libero previa la compilazione di una domanda di accesso ed il riconoscimento individuale attraverso un documento di identità; i minori di 15 anni devono essere accompagnati almeno per la prima volta (da un insegnante o da un genitore); viene svolta attività didattica .

Un addetto alla Sala di Studio fornisce la consulenza sia alla formulazione del percorso di ricerca sia allo svolgimento delle medesime.

L'Istituto mette a disposizione degli studiosi la biblioteca di supporto.

L'Archivio Storico Comunale ha dato alle stampe numerosi lavori scientifici.

Si esegue un servizio di riproduzione dei documenti.

 
 
Di seguito si riportano i cenni storici per l'inaugurazione della sala studio dell'Archivio Storico nella precedente sede dell'Ospedale Vecchio.
L'attuale collocazione ha comunque mantenuto saldo il legame con l'Archivio di Stato di Parma, la cui sede distaccata è collocata nei locali attigui a quelli dell'Archivio Storico Comunale, all'interno della Cittadella.
 
 
Brevi cenni storici in occasione dell'inaugurazione della nuova "Sala di Studio" dell'Archivio Storico Comunale
di Maria Ortensia Banzola
 

L’inaugurazione della nuova Sala di Studio dell’Archivio Storico Comunale, in alcuni locali dell’Ospedale vecchio recentemente restaurati, è lo spunto per richiamare ancora una volta l’attenzione sull’importanza che questo edificio riveste per la nostra città. Secoli di vita ospedaliera, svolta senza interruzioni all’interno dell’Oltretorrente, hanno indubbiamente influito sulla storia sociale, economica, politica e religiosa di Parma, contribuendo al suo sviluppo sociale e urbanistico, specialmente "di là dall’acqua". Nel 2001 l’Ospedale di Parma festeggerà gli 800 anni dalla sua fondazione, avvenuta nel 1201 ad opera di Rodolfo Tanzi in alcune case di Borgo Taschieri (attuale borgo Cocconi) per accogliere infermi, trovatelli e, per un certo periodo, anche pellegrini. Pur essendo da considerarsi tra i precursori dei nuovi istituti ospedalieri, che venivano a sostituire gli antichi luoghi di cura legati ai conventi, l’ospedale Rodolfo Tanzi si regge ancora sulla "charitas". I mezzi di sostentamento sono, infatti, costituiti solo da donazioni, elemosine, offerte, servizi prestati gratuitamente per spirito di carità, che rappresenteranno per secoli le maggiori risorse dell’Ospedale. Trasferito, già verso la metà del XIII secolo, in una nuova costruzione sul lato nord di strada Maestra Santa Croce, viene completamente ricostruito (su disegno di Gianantonio Da Erba) tra il 1476 e il 1508, per attuare l’unificazione di circa 60 ospedali minori di Parma e del contado in un unico Ospedale Maggiore. L’"Ospedale Maggiore" mantiene e manterrà sempre una distinzione interna tra Ospedale destinato agli ammalati, agli orfani e alle orfane (detto "della Misericordia") e Ospedale degli Esposti, intitolato a Rodolfo Tanzi, destinato ai trovatelli, entrambi con propri regolamenti ed amministratori. Il primo occupava l’infermeria a forma di croce ed alcuni locali ad ovest, mentre al secondo era destinata la parte verso est, su strada e a lato del chiostro. Già alla fine del XV secolo si rende necessario un ampliamento per far fronte all’aumentato numero di infermi e dei trovatelli che, da 200 verso il 1497, diventano 400 all’inizio del XVI sec. e poi addirittura 600 nel 1521. Probabilmente ad opera di Gian Francesco Testa, dopo il 1587, vengono prolungate le infermerie dell’Ospedale della Misericordia ed ampliati i locali dell’Ospedale Rodolfo Tanzi con l’aggiunta dell’ultimo tratto del fabbricato porticato verso est, oltre al portone che dava accesso all’Orto degli Esposti. In corrispondenza di questo portone, che si trovava dov’è ora l’ingresso principale dell’Oratorio di Sant’Ilario, viene attuato il timpano che raccorda la vecchia facciata con la nuova. L’edifico continuerà ad ampliarsi anche nei secoli successivi seguendo uno schema di sviluppo a maglie ortogonali con la creazione di nuove corti interne adibite, soprattutto, ad usi di servizio. Come si evince da alcune planimetrie del XVIII secolo, ad ovest dell’ingresso all’infermeria, l’Ospedale della Misericordia consta di locali per la "Specieria" (che nel 1757 viene aperta al pubblico) vicino all’ingresso del Conservatorio delle Orfane, addette alla cucina degli infermi, dotato di cucine, dormitori, infermerie e camera della "Priora", mentre nella corte rustica a nord-ovest, sono le camere degli Orfanelli e di altri addetti al Servizio dell’Ospedale. Essendo rilevate al piano primo, le citate planimetrie non illuminano sulla destinazione dei locali recentemente restaurati (situati al piano terreno ad est dello scalone) e già appartenenti all’Ospedale degli Esposti. Una di esse indica che nei locali soprastanti era ubicato l’"Apartamento delle Balie e dei Bambini" (di fianco al "Refettorio" e ai "Dormitori") collegato al piano terreno dalla "Scala delle Balie". E la cosa non stupisce dato che, già alla fine del sec. XV, erano presenti all’interno dell’Ospedale da 20 a 25 nutrici per l’allattamento dei bambini (c’erano, poi, numerose balie esterne). In una planimetria del piano terra, datata 1806, entrambi i locali vengono indicati come "Camera del Priore", il personaggio più importante e di maggiore responsabilità nella gestione dell’Ospedale. Inoltre, come si legge in una nota di A. Sanseverini, allegata alla sua ricchissima iconografia inerente l’Ospedale, proprio in corrispondenza a questo locale, sotto il portico di fianco alla porta di ingresso all’"Ospedale de Bastardi", "evvi una ruota ove si ricevono i poveri figli spurj che vi si portano". Quindi proprio in questo locale sarebbe avvenuta la prima accoglienza dei bambini esposti. È interessante notare che, all’inizio del sec. XIX, le belle immagini venute alla luce grazie al recente restauro, non erano ancora state ricoperte ed A. Sanseverini ce ne ha lasciato nella sua raccolta (conservata presso l’Archivio di Stato) una completa e preziosa documentazione. Riguardo all’immagine della parete nord, che è certamente la più recente fra quelle rinvenute, l’acquerello del Sanseverini ci fornisce un’indicazione molto importante: sulla parte inferiore della stessa compare, infatti, un cartiglio (scomparso nel dipinto originale) dove è scritto "anno MDCLXXXVIII", che dovrebbe corrispondere alla data cui ascriverne l’esecuzione. La testa del Cristo appare completa e appoggiata sul braccio destro della madre nell’atteggiamento tipico della "Pietà". Sullo sfondo sotto la nube dov’è deposto Cristo, la sagoma della città di Parma. Sul lato sinistro anche la riproduzione del Sanseverini appare purtroppo incompleta: si vedono solo le due braccia di una figura probabilmente di Santo (o di Santa) inginocchiata che non ci aiuta a comprendere del tutto il significato simbolico della rappresentazione. Chiarissimo, invece, è il significato della donna che allatta, simbolo della Carità. Tema ricorrente nell’iconografia legata all’Ospedale che di carità vive ma anche fa vivere (vedi la Carità di G. M. Conti, già sulla parete destra dell’ingresso all’ospizio degli Esposti, la Carità del Reti, di fianco al sarcofago di Rodolfo Tanzi e, più tardi, la statua della Carità di J. B. Cousinet, già nell’infermeria dell’Ospedale). In questo luogo, l’immagine della donna allattante assume poi particolare significato, alludendo realisticamente al baliatico dei locali soprastanti, ma è anche il simbolo del nutrimento spirituale di Cristo e della Chiesa ("Da sempre la Chiesa mi nutre /del genuino latte che esce dal suo materno seno", scrive S. Ilario di Poiteirs). La simbologia è poi rafforzata dalle ceste, allegoria del corpo materno e segno di fertilità e di abbondanza. Anche le immagini dipinte sulle due lunette laterali, certamente antecedenti rispetto a quella descritta, rappresentano temi legati alla storia dell’Ospedale. San Nicomede e San Bovo, che troviamo raffigurati pure sulle due lunette sopra gli ingressi laterali della chiesa di Sant’Ilario, erano Santi titolari di Ospizi e Oratori distrutti, il cui culto era stato trasferito nell’Ospedale. L’Ospedale di San Nicomede, distrutto nel 1546 per l’esecuzione della "tagliata" da parte di Pier Luigi Farnese, fu ricostruito nel 1568 di fronte all’Ospedale Maggiore; nel nuovo Oratorio furono trasferiti i titoli di San Nicomede, San Bovo e San Vincenzo ed eretti tre altari a loro dedicati. E forse San Vincenzo Martire è il Santo rappresentato a destra di San Lorenzo in una delle altre due lunette riprodotte dal Sanseverini e che dovevano essere ubicate di fronte a quelle ritrovate, a completare il ciclo pittorico. Particolarmente interessanti le raffigurazioni sulle vele del soffitto che se, come si ritiene, eseguite in un periodo anteriore alla prima metà del XVII sec., potrebbero avvalorare la suggestiva ipotesi che in questo luogo sia stato inizialmente trasferito il titolo dell’Oratorio di Sant’Ilario. Già ubicato, con l’ospizio annesso, fuori porta Santa Croce, fu anch’esso demolito nel 1546 in occasione della citata "tagliata" di Pier Luigi Farnese. Il titolo dell’Oratorio distrutto fu trasferito, nel 1557, nella chiesa dell’Oratorio degli Esposti. Solo più tardi fu costruita l’attuale Chiesa di Sant’Ilario (1663-1666) ove prima era l’ingresso all’Orto degli Esposti, com’è ben visibile nella pianta riprodotta dallo Smeraldi (1592), in cui l’ingresso all’Orto, non è ancora occupato dalla Chiesa. Il "67", corrispondente nella legenda a "S. Hilario", è posto proprio dirimpetto all’Ospedale in corrispondenza del locale in esame. Su ogni vela della volta è raffigurato un putto che reca in mano un oggetto, chiaramente individuabile dagli acquerelli del Sanseverini: croce, libro, patena, calice, stola; mentre altri tre, riuniti nella zona centrale, sostengono una mitra vescovile, simboli tutti che possono essere interpretati come attributi di Sant’Ilario. La destinazione del locale ha sicuramente subito più di una variazione nel tempo, ma è certo che la presenza di un così ricco apparato decorativo implica usi e funzioni di un certo rilievo. Non è semplice capire quando le pitture siano state ricoperte. Forse poco dopo che il Sanseverini le aveva riprodotte, in occasione del trasferimento dell’Ospizio degli Esposti nel Convento di S. Maria delle Grazie (1806) o, forse, in occasione di una delle tante epidemie di colera che si sono ripetute nel Parmense durante l’800 o, ancora più tardi, dopo il 1926, quando l’edificio cessò la sua attività ospedaliera con il trasferimento di tutti i reparti nella nuova sede dei "prati di Valera". Importante è avere riportato alla luce immagini, che ci erano state negate dalla sovrapposizione di tinteggi e scialbature, per merito del sapiente lavoro dei restauratori e dei progettisti che, con intelligente rispetto del luogo, hanno saputo restituire alla città un ambiente ancora carico di valenze e di suggestioni, grazie anche all’idoneo uso cui viene destinato. Per questo è vivamente auspicabile che, in questi luoghi, un tempo preposti a contenere epidemie, il "contagio" del recupero si propaghi rapidamente, per completare il progetto con ulteriori interventi atti ad ampliare archivi, musei e collezioni comunali. In questo modo l’Ospedale vecchio verrà sempre più a configurarsi come un vero e proprio polo culturale dell’Oltretorrente e a rappresentare, come ha affermato Maria Parente, il centro della memoria storica della città.


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